Sul rapporto AsviS 2025

Casa dell’Agricoltura partecipa al gruppo di lavoro Goal n.2, recentemente unificato al gruppo Goal n.12. Riportiamo un’approfondita nota di Matilde Ferretto, socia fondatrice di Casa dell’Agricoltura, già ordinaria di economia all’università Bicocca, sul rapporto ASviS e l’Agenda 2030.

L’ultimo Rapporto ASviS, pubblicato recentemente, ricorda che sono trascorsi 10 anni dalla creazione di Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile costruita sulle dichiarazioni della Conferenza Rio+20, Il futuro che vogliamo, sottoscritte da 193 Paesi dell’ONU. 

La Conferenza si era tenuta nel settembre del 2015, tre mesi prima dell’Accordo sul clima firmato a Parigi (COP 21) e un anno prima della pubblicazione dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’.

Il memento si rende necessario per affermare che ASviS continua a credere e a sostenere i valori di agenda 2030 ma in un contesto geopolitico mutato ed estremamente complesso che vede molti Stati calpestare valori ed impegni affermati e sottoscritti dieci anni fa. Di più, si assiste ad un comportamento contraddittorio da parte delle istituzioni di molti Paesi che sottoscrivono accordi internazionali, in linea con i valori e gli obiettivi di Agenda 2030, salvo poi dimenticarsene.

Il titolo del Rapporto, Pace, Giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità, pone come centrali nella situazione attuale gli obiettivi del Goal 16 (pace, giustizia e istituzioni solide) dell’Agenda che devono essere perseguiti tenacemente nonostante le enormi problematiche legate ai conflitti, alle guerre, al problema migratorio, alle disuguaglianze, alle nuove tecnologie ecc. Questo viene chiaramente affermato da Enrico Giovannini, Direttore scientifico dell’ASviS, che introduce la sintesi del Rapporto con il titolo Si, siamo ostinati. No, non siamo ciechi. E neanche stupidi. Dove l’ostinazione si rifà alla fedeltà ai valori di Agenda 2030, la non cecità si rifà al coraggio di vedere e di analizzare quanto succede al e sul nostro pianeta, la non stupidità merita di essere analizzata più diffusamente citando quanto scrive lo stesso Giovannini.

“No, non siamo stupidi. Perché comprendiamo ma non giustifichiamo, le enormi problematiche esistenti e le motivazioni indegne che stanno generando conflitti e guerre, anche in Europa. O i processi attentamente pianificati e gestiti che stanno concentrando nelle mani di pochi il potere economico o quello politico. O le ambizioni di ridisegnare i rapporti di forza tra le grandi potenze e le aree geopolitiche del mondo. O le manovre di settori economici e forze politiche alla ricerca della loro affermazione a tutti i costi, anche quelli di aumentare la povertà e la fame, attaccare la scienza e indebolire le istituzioni democratiche utilizzando la disinformazione e la diffusione sistematica di fake news” (p.6).

In sintesi, come dichiarato nell’introduzione, attraverso il titolo scelto, il Rapporto vuole mandare due messaggi forti: il primo è che nessuno si salva da solo e questo è particolarmente vero nel mondo attuale dove nessuno può con certezza dirsi libero – dalla guerra, dalla fame, dalla paura- finché tutte e tutti, in ogni parte del mondo, non saranno liberi. Il secondo è che lo sviluppo sostenibile non può esistere laddove non ci sono la pace, la promozione dei diritti e il perseguimento della giustizia e della riconciliazione.

Quest’ultimo messaggio assume particolare importanza nel contesto italiano (ed europeo) dove per sostenibilità ci si riferisce prevalentemente a tre dei quattro pilastri, fortemente interrelati tra di loro, che la caratterizzano: la sostenibilità ambientale, la sostenibilità sociale e la sostenibilità economica. Viene spesso dimenticato il quarto pilastro cioè la sostenibilità istituzionale che deve garantire, in uno Stato democratico, non solo la pace, i diritti politici e civili, la protezione delle minoranze e l’applicazione dello stato di diritto ma anche che le decisioni sottoscritte a livello nazionale ed internazionale vengano sostenute anche nella realtà con l’adozione di politiche, prevalentemente di medio e lungo periodo, che garantiscano uno sviluppo sostenibile i cui benefici si estendano equamente a tutta la popolazione.

Questo è particolarmente urgente in questo momento, quando molti limiti di sostenibilità sono stati o stanno per essere oltrepassati, e in un paese come l’Italia, che vive un eterno presente di emergenza dimenticandosi del passato, suo e del mondo, e non volendo pensare seriamente, per vantaggio proprio, per ignoranza o per ignavia, a quale futuro si sta costruendo al di là delle dichiarazioni ufficiali.

Proprio pensando a quale futuro si vuole assicurare alle prossime generazioni risulta importante aggiungere nei valori della sostenibilità quello di giustizia intergenerazionale da sempre sostenuto da Agenda 2030 e ribadito con la redazione del Patto sul futuro, firmato da 148 Paesi in ambito Onu nel settembre del 2024, che traccia le linee strategiche per uno sviluppo sostenibile in relazione alle future problematiche attinenti al multilateralismo, alla digitalizzazione e alle nuove generazioni. Il Patto, che non è stato sottoscritto dagli Usa e da altri Paesi negazionisti della crisi climatica, è stato completato nel giugno 2025 dall’ Impegno di Siviglia per la finanza allo sviluppo ed è attualmente in esame da parte della Commissione europea e del Parlamento italiano.

Il Rapporto è articolato in quattro capitoli. Nei primi tre, come già nei Rapporti precedenti, viene analizzato lo stato del mondo, dell’Unione Europea e dell’Italia; nel quarto capitolo vengono presentate le proposte dell’ASviS indirizzate, prevalentemente, all’Italia. Le informazioni, sia di carattere quantitativo e statistico sia di carattere sociale e politico, sono state raccolte da centinaia di collaboratori associati in oltre 330 organizzazioni che collaborano attivamente con ASviS. 

Le valutazioni vengono sintetizzate attraverso l’andamento e il raggiungimento o meno dei 17 goal o obiettivi definiti in Agenda 2030 nel periodo 2010-2024 e, in alcuni casi, nell’ultimo anno esaminato.

Mondo
Il Rapporto sottolinea come lo stato del mondo, che nel precedente Rapporto era stato definito drammatico e insoddisfacente, sia ulteriormente peggiorato nell’ultimo anno rendendo sempre più difficile il raggiungimento degli obiettivi di Agenda 2030. Naturalmente, come principali situazioni di crisi sullo scenario internazionale vengono poste le guerre (si stima che siano attualmente in atto 59 conflitti) che comportano violenze e violazioni dei diritti umani ma anche distruzioni, povertà e migrazioni. Note critiche vengono riservate alle politiche dell’attuale presidenza degli Stati Uniti che hanno sconvolto gli equilibri economici globali non solo dal punto di vista commerciale, a seguito dell’adozione del sistema tariffario spesso usato in senso punitivo nei confronti di altri Stati, ma anche dal punto di vista delle relazioni internazionali e multilaterali. La posizione americana, inoltre, ha fortemente influito sulle questioni climatiche ed ambientali che non vengono ritenute prioritarie dagli Usa e da altri Paesi comportando, tra l’altro: un rallentamento nell’abbandono graduale dei combustibili fossili; il fallimento di ulteriori accordi per la preservazione del pianeta, come la regolamentazione per l’uso delle materie plastiche che sono una minaccia per gli oceani e la salute umana; il non finanziamento da parte dei Paesi Sviluppati del fondo di sostegno allo sviluppo sostenibile dei paesi in via di sviluppo. Quest’ultimo punto va a collegarsi alla brusca chiusura di Usaid, l’agenzia Usa per l’assistenza ai paesi in via di sviluppo, e alla significativa riduzione degli aiuti pubblici allo sviluppo da parte di alcuni Paesi europei. Queste misure vanno ad aggravare le condizioni di vita di milioni di persone che emigrano. Nel Rapporto si stima che siano oltre 123 milioni le persone forzatamente sfollate, un numero raddoppiato in dieci anni, come conseguenza dei conflitti ma anche dei cambiamenti climatici. I flussi migratori pongono problemi rilevanti sia nei Paesi di partenza sia in quelli di destinazione anche in relazione al problema demografico che vede un declino della popolazione nei Paesi Sviluppati e una forte crescita demografica nei Paesi in Via di Sviluppo. Alla luce di tutte le problematiche esposte, alle quali va aggiunta la forte accelerazione tecnologica legata anche all’intelligenza artificiale, appare evidente quanto sarebbero necessarie una cooperazione internazionale e una governance globale.

Purtroppo, la situazione attuale si muove in senso opposto e, secondo il Rapporto, l’Onu, appare ancora oggi l’unico punto di ancoraggio per la costruzione di uno sviluppo sostenibile globale nonostante sia evidente, dopo 80 anni, la necessità di una sua riorganizzazione. In sintesi, a livello mondiale solo il 18% dei target quantitativi previsti da Agenda 2030 è stato raggiunto; il 17% è in progresso moderato; il 31% in progresso marginale; il 17% in stagnazione; il 18% in regressione.

In questa parte del Rapporto l’agricoltura viene presa in considerazione prevalentemente in relazione al goal 2- sconfiggere la fame- che ha come obiettivi il porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile. Mettendo in rilievo che la fame nel mondo è cresciuta acutamente dal 2029 e colpisce una persona su undici, una grande attenzione viene riservata ai piccoli e medi produttori agricoli che continuano ad essere l’asse portante per combattere la fame in molti paesi, soprattutto nel sud del mondo.

Questi produttori, però, sono estremamente vulnerabili all’interno dei sistemi agroalimentari. La loro produttività del lavoro, soprattutto nei Paesi Sviluppati, è costantemente inferiore a quella dei grandi produttori; un’inferiorità valutabile in un rapporto di uno a quattro. Di conseguenza anche il divario di reddito rimane estremamente elevato comportando l’abbandono dell’attività agricola da parte di molti e i conseguenti fenomeni di inurbamento. Secondo il Rapporto per raggiungere gli obiettivi del goal 2 sono necessarie azioni urgenti per rafforzare i sistemi alimentari e renderli resilienti agli effetti dei cambiamenti climatico-ambientali, sostenere i piccoli produttori, migliorare i servizi, garantire l’accesso a diete nutrienti e affrontare i fattori strutturali della volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli. Viene messo in rilievo che l’aumento dei prezzi degli alimentari nel 2024 è stato fortemente influenzato dagli eventi climatici estremi che hanno colpito direttamente alcuni paesi ma le cui conseguenze sono state avvertite a livello mondiale con il peggioramento delle condizioni di povertà.

Unione Europea
Secondo il Rapporto, l’Unione Europea sta progressivamente perdendo il suo primato di paladina dello sviluppo sostenibile non riuscendo a rispettare, con scelte politiche concrete e coerenti, gli impegni sottoscritti in sede multilaterale che sono l’attuazione: di Agenda 2030, del Patto sul futuro, dell’accordo di Parigi sul clima, del Quadro di Kunming-Montreal sulla biodiversità.

In relazione ai goal di Agenda 2030 si registra, rispetto al 2010, un generale rallentamento nella positività dei risultati. In questo periodo, nella media europea, solo il goal 5 (parità di genere) ha fatto registrare un netto miglioramento; una crescita significativa si registra per 5 goal (energie rinnovabili, lavoro, imprese e innovazione, città sostenibili, lotta al cambiamento climatico); un miglioramento molto contenuto riguarda 7 goal (povertà, alimentazione, salute, educazione, sistemi idrici e igienico-sanitari, economia circolare, pace, giustizia e istituzioni); per 3 goal (disuguaglianze, qualità degli ecosistemi terrestri, partnership) si rileva un deciso peggioramento.

Tra i goal che presentano una crescita consistente nel lungo periodo soltanto 3 (parità di genere, energia, lotta al cambiamento climatico) registrano un miglioramento significativo nell’ultimo anno mentre per altri 3 (lavoro, imprese e innovazione, città sostenibili) gli avanzamenti sono molto contenuti. Dei 3 che registrano una diminuzione nel lungo periodo, quelli relativi alle disuguaglianze e alle condizioni degli ecosistemi terrestri non hanno variazioni significative nell’ultimo anno, mentre per la partnership si riscontra un peggioramento marcato. Infine, i 3 goal (alimentazione, sistemi idrici e igienico sanitari, pace giustizia e istituzioni) con contenute variazioni positive sul lungo termine presentano una variazione negativa nell’ultimo anno. 

Per quanto riguarda la raggiungibilità entro il 2030 dei 19 target quantitativi (legati agli obiettivi) analizzati, dieci (53% del totale) sono raggiungibili, sette (37%) non appaiono tali e due presentano andamenti discordanti tra breve e lungo periodo.

Al di là delle enunciazioni, le scelte concrete della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europei evidenziano alcune contraddizioni sia con il programma di mandato 2024-2029 di Ursula von der Leyen sia con i principi fondanti l’impegno dell’UE per lo sviluppo sostenibile. Il Rapporto, riprendendo quanto già espresso dall’ASviS nel rapporto del maggio 2025, cita tra le altre: l’assenza di una valutazione (prevista dal Patto sul futuro) sulle modalità con cui l’aumento delle spese militari, che a livello globale hanno raggiunto il livello record di 2.700 miliardi di dollari con un trend di crescita che potrebbe raddoppiare entro il 2035, impatterà sul conseguimento dei goal anche in considerazione degli impegni presi dai singoli Stati in ambito Onu; l’arretramento (in particolare negli accordi con gli Usa) di alcune politiche commerciali improntate a criteri di sostenibilità, aprendo alla possibilità di rivedere alcuni aspetti della legislazione vigente sull’importazione di prodotti provenienti da deforestazione e sulla tassa sul carbonio alle frontiere, di esaminare gli impatti delle Direttive europee su rendicontazione di sostenibilità e dovere di diligenza sulle aziende americane; le eccessive semplificazioni sulla rendicontazione sulla sostenibilità e sul dovere di diligenza, motivate dall’urgenza e adottate in assenza di valutazioni sistemiche e sul medio-lungo temine che indeboliscono in modo significativo il quadro normativo europeo, costruito nella precedente legislatura 2019-2024, rendendo l’Unione più esposta ai rischi fisici e di transizione che possono incidere sulla sua stabilità finanziaria.

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato al Parlamento europeo nel settembre scorso, Ursula von der Leyen ha enfatizzato la complessa situazione internazionale all’interno della quale l’Unione deve trovare una sua posizione nello “scontro per un nuovo ordine mondiale basato sul potere” agito dalle grandi potenze. Secondo l’ASviS a questo scontro l’Unione Europea deve rispondere, arginando i contrasti interni, con più unità e compattezza ferma nella difesa dei propri valori, della propria libertà e della capacità di scrivere il proprio destino come indicato nella Relazione di Previsione Strategica 2025 e del progetto per definire la prima strategia Ue per l’equità intergenerazionale, entrambi a cura della Commissione.

Anche a livello europeo l’agricoltura viene considerata soprattutto in relazione al goal 2. Il Rapporto menziona un miglioramento dell’agricoltura europea motivato dall’aumento della Sau destinata a coltivazioni biologiche (+3,2 % dal 2012 e il 2020); poiché l’obiettivo è di destinare a coltivazioni biologiche il 25% della SAU nel 2030 si stima che l’Unione Europea potrà avvicinarsi all’obiettivo senza però raggiungerlo pienamente. Il Rapporto evidenzia anche un miglioramento delle performance del settore agricolo considerando che nel 2023 il reddito agricolo per unità di lavoro annua (ULA) è aumentato di 7.203 euro rispetto al 2010. Le differenze tra i Paesi si sono progressivamente ridotte fino al 2020, per poi tornare a livelli simili a quelli del 2010. 

In linea generale, il Rapporto considera le problematiche riguardanti il settore agricolo in relazione alla tendenza, molto accentuata in alcuni Paesi, all’abbandono del settore e dei territori marginali auspicando una maggiore efficienza delle politiche di contrasto. Le grandi preoccupazioni vengono però riservate alla continuità delle politiche agricole delle due legislature, con la necessità di non stravolgere gli obiettivi del Green Deal, e agli effetti dei dazi americani e degli accordi di apertura commerciale del mercato europeo a prodotti che non rispettino le regole sanitarie e produttive europee dando luogo al pericolo di concorrenza sleale per i produttori e di non tutela del diritto ad una sana alimentazione per i consumatori.

Italia
Come è evidenziato nel Rapporto gli indicatori statistici disponibili descrivono con chiarezza il ritardo dell’Italia su quasi tutti gli obiettivi di Agenda 2030.

Tra il 2010 e il 2024 la variazione assoluta degli indicatori compositi indica: un arretramento per sei goal: sconfiggere la povertà (goal 1), acqua pulita e servizi igienico-sanitari (goal 6), ridurre le disuguaglianze (goal 10), vita sulla Terra (goal 15), pace, giustizia e istituzioni solide (goal 16) e partnership (goal 17); una sostanziale stabilità per quattro goal: sconfiggere la fame (goal 2), salute e benessere (goal 3), imprese, innovazione e infrastrutture (goal 9) e città e comunità sostenibili (goal 11); miglioramenti limitati per sei goal: istruzione di qualità (goal 4), parità di genere (goal 5), energia pulita e accessibile (goal 7), lavoro dignitoso e crescita economica (goal 8), lotta contro il cambiamento climatico (goal 13) e vita sott’acqua (goal 14); un forte aumento è registrato solo per il goal 12, relativo all’economia circolare.

Nell’ultimo anno la variazione assoluta degli indicatori compositi conferma la criticità della situazione: per sei goal si rileva un peggioramento: fame (goal 2), salute (goal 3), acqua (goal 6), disuguaglianze (goal 10), vita sulla Terra (goal 15) e partnership (goal 17); per solo tre si registrano miglioramenti di un certo rilievo: istruzione (goal 4), parità di genere (goal 5) e lotta al cambiamento climatico (goal 13); per gli altri non ci sono variazioni significative.

Dei 38 target quantitativi (legati agli obiettivi) definiti a livello europeo o nazionale, da raggiungere entro il 2030, solo undici (il 29% del totale) sono raggiungibili, cinque (13%) hanno un andamento discordante nel corso del tempo e ventidue (58%) non appaiono raggiungibili. Il confronto con i valori dell’Unione Europea evidenzia quanto l’attuazione dell’Agenda 2030 continui a non essere centrale nel disegno delle politiche pubbliche e delle scelte economiche e di investimento del nostro Paese.

A livello italiano vengono innanzitutto esaminati i posizionamenti dell’agricoltura italiana rispetto a tre obiettivi previsti dal goal 2 per l’agricoltura sostenibile (target 2.4). Il primo riguarda il raggiungimento nel 2030 del 25% della Sau destinata a coltivazioni biologiche. Considerando che nel 2023 la Sau destinata a tali coltivazioni era pari al 19,8% della Sau italiana l’obiettivo, se la tendenza alla crescita continuerà, sarà raggiungibile posizionando l’Italia in modo migliore rispetto al resto dell’Unione Europea. Il secondo obiettivo si prefigge di ridurre del 20% l’utilizzo di fertilizzanti distribuiti in agricoltura rispetto al 2019. Poiché l’andamento dell’indicatore resta stabile nel periodo considerato l’Italia non potrà raggiungere questo obiettivo. 

Il terzo obiettivo riguarda la riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi rispetto al triennio 2015-2017. In questo caso l’indice diminuisce a una velocità che, se mantenuta, permetterà all’Italia di avvicinare, ma non raggiungere, l’obiettivo di 7,1 chilogrammi per ettaro. Anche se il Rapporto non fa riferimento specifico all’agricoltura, appare importante riportare i risultati per l’Italia del goal 15 – Vita sulla terra. Questo goal prevede due target che l’Italia non sarà in condizioni di raggiungere. Il primo (target 15.3) riguarda il consumo di suolo per il quale era previsto l’azzeramento. L’andamento dell’indice evidenzia un peggioramento in tutto il territorio italiano e l’obiettivo non sarà quindi raggiungibile. Il secondo obiettivo (target 15.5) prevede di raggiungere entro il 2030 la quota del 30% di aree terrestri protette. L’Italia rimane stabile in tutto il periodo considerato intorno al 20%; l’obiettivo non sarà quindi raggiungibile.

Le proposte dell’ASviS
Nel terzo capitolo, che analizza la situazione italiana, il Rapporto presenta un’analisi dettagliata delle politiche e delle strategie del nostro Paese evidenziandone le lacune e le incongruenze soprattutto nel contrasto tra l’enunciato e il disposto. Le analisi delle scelte compiute nel 2025 mostrano non solo che esse non sono state in grado di determinare l’accelerazione necessaria per uno sviluppo sostenibile del Paese, ma anche come in vari casi appaiano in netto contrasto con quanto previsto dalla Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile 2022 adottata dall’attuale governo il 18 settembre 2023. 

L’assoluta e urgente necessità di adottare un approccio diverso è ampiamente dimostrata dai contenuti del cosiddetto Allegato sugli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES) elaborato ogni anno dall’ISTAT e pubblicato dal Governo nel settembre 2025, il quale analizza dodici indicatori del benessere sociale, economico ed ambientale del Paese. 

Il documento conferma la stagnazione di gran parte di essi per il triennio 2026-2028.

Per cambiare direzione rispetto allo scenario disegnato dal Governo per i prossimi tre anni l’Italia, secondo il Rapporto deve: operare una revisione della Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile (SNSvS) entro la fine del 2025 o l’inizio del 2026; arrivare alla definizione del Piano di Accelerazione Trasformativa sulla base della revisione della SNSvS entro la metà del 2026; definire un nuovo Piano Strutturale di Bilancio nel 2027 sulla base delle raccomandazioni espresse dal Consiglio dell’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dall’OCSE, tenendo conto delle mutate condizioni internazionali.

Il Rapporto riporta le numerose proposte finalizzate a realizzare il Piano di Accelerazione Trasformativa orientato a raggiungere gli obiettivi di Agenda 2030 sulla cui redazione, nel settembre 2023, l’Italia ha assunto un impegno formale con la Risoluzione 78/1 dell’Assemblea Generale dell’Onu. 

Il Piano proposto dall’ASviS si basa su cinque leve trasformative e su sei punti d’ingresso chiave. Le cinque leve trasformative prescrivono di: 1- applicare la valutazione d’impatto generazionale, che va considerata una riforma da attuare il prima possibile per evitare di perseguire politiche che danneggino le nuove e le future generazioni; 2- Dotare l’Italia di una governance anticipante che metta l’Italia in condizione di prevedere i rischi e orientare le scelte pubbliche nel medio-lungo periodo; 3- Investire su innovazione e competenze, adempiendo agli impegni assunti con il Patto sul futuro; 4- Sviluppare le capacità di partecipazione democratica per non erodere la fiducia delle cittadine e dei cittadini nelle istituzioni; 5- Superare il disallineamento tra politiche settoriali e scelte finanziarie. I sei punti d’ingresso chiave possono essere così riassunti: 1- benessere e capacità umane; 2- economie sostenibili e socialmente eque; 3- sistemi alimentari sostenibili e alimentazione sana; 4- decarbonizzazione dell’energia ed accesso universale; 5- sviluppo urbano e periurbano; 6- protezione dei beni comuni ambientali globali.

Il Rapporto contiene analisi e argomentazioni molto più ampie ed esaurienti di quelle qui fornite in estrema sintesi. Ci piace però riportare un’ultima raccomandazione dell’ASviS alla luce delle gravi conseguenze sociali dovute all’incuria del territorio: “rafforzare la capacità di programmazione, monitoraggio, valutazione e controllo della spesa pubblica, implicando con ciò l’abilità di valutare anche i costi dell’inazione”.