
Proseguono gli approfondimenti di Matilde Ferretto sui grandi argomenti che interessano l’agricoltura, il territorio e l’ambiente. In questo numero oggetto dell’attenzione il rapporto di Legambiente 2005.
L’analisi del Rapporto è accompagnata – nell’articolo a seguire – da un attento approfondimento sulla frana di Niscemi in Sicilia.
Anche nello scorso anno, come ormai accade ogni anno e quasi in ogni stagione, si hanno avute notizie di catastrofi naturali verificatesi in Italia a causa di frane e alluvioni che hanno causato vittime, spostamento di popolazioni (per periodi più o meno lunghi) e danni ingenti a cose e territori. Secondo l’ultimo Rapporto di Legambiente (Città clima. Bilancio 2025) presentato in sintesi il 22 aprile scorso in occasione della Giornata della Terra, nel 2025 a causa degli eventi meteorologici si sono verificati nel nostro Paese 376 eventi estremi, con un incremento del 5,9% rispetto all’anno precedente, il valore più alto degli ultimi dieci anni secondo solo ai dati del 2023. Secondo Legambiente le cause sono dovute al dissesto idrogeologico ma soprattutto ai cambiamenti climatici che hanno comportato per diversi mesi elevate temperature e piogge torrenziali. Nel dettaglio “si sono verificati 139 allagamenti da piogge intense, 86 casi di danni da vento, 37 esondazioni fluviali, 33 casi di frane causate da piogge intense, 31 danni da grandine, 17 casi di temperature record, 16 eventi con danni da siccità prolungata, 10 danni alle infrastrutture, 6 danni da mareggiate e 1 al patrimonio storico.
Rispetto al 2024, sono risultati in forte aumento i casi di temperature record (+94,1%), frane da piogge intense (+42,4%) e danni da vento (+28,3%). Tra le province più colpite nel corso dell’anno svetta al primo posto Genova con 16 eventi meteo estremi, seguita da Messina e Torino con 12, Firenze e Treviso con 11, Milano con 10, Como, Lecce, Massa Carrara e Palermo con 9. A livello regionale sono tre le regioni ad aver subito di più gli impatti degli eventi meteo estremi: la Lombardia, con 50 casi, la Sicilia, con 44, e la Toscana con 41.”
Naturalmente l’Italia non è l’unica ad essere esposta a catastrofi ambientali; le cronache dell’anno scorso riportano i danni subiti, anche in termini di vite umane e di numero degli sfollati, per le alluvioni e gli uragani verificatisi nel mondo in Argentina, Texas, Pakistan, Caraibi, Vietnam nonché il rilevantissimo numero di decessi, soprattutto della popolazione anziana, verificatisi in tutta Europa per le elevate e prolungate temperature estive; le città italiane, Roma in particolare, sono state le più colpite tra quelle analizzate.
Secondo quanto pubblicato da Legambiente “La siccità ha rappresentato ancora un fenomeno diffuso in Sardegna per tutto il 2025, in particolare nel nord della regione. Nella Nurra (in provincia di Sassari) le aziende agricole sono state costrette a rinunciare a molte colture, compromettendo la produzione alimentare e generando forti ripercussioni economiche.
Drammatica la situazione per gli allevamenti, con gli animali che hanno rischiato di restare senza acqua per abbeverarsi visto il prosciugamento dei pozzi. Le aziende del settore sono state costrette ad acquistare l’acqua a costi insostenibili”.
Analogamente la crisi idrica ha colpito in settembre la Sicilia, dove nel comprensorio irriguo di Ribera (provincia di Agrigento) i sindaci hanno chiesto la terza irrigazione di soccorso per provare a salvare le coltivazioni pregiate di arance e pesche. In Puglia “l’intera Capitanata (situata nell’area settentrionale della Puglia) sta affrontando da diversi anni una grave crisi idrica, con notevoli ripercussioni negative nell’anno 2024, ulteriormente aggravate nel corso del 2025, dovuta alle scarsissime precipitazioni e con invasi che hanno raggiunto livelli di elevata criticità”.
Inoltre, negli effetti dei cambiamenti climatici, vanno menzionate le alluvioni. “Il 14 marzo un sistema temporalesco ha colpito la Toscana con piogge torrenziali e venti intensi, causando alluvioni diffuse e danni significativi in molte aree. Nel giro di poche ore, le precipitazioni eccezionali hanno saturato il suolo, determinando l’innalzamento dei livelli dei corsi d’acqua e causando esondazioni diffuse. Le province più colpite sono state Firenze, Pisa, Prato e Livorno, dove le precipitazioni intense e persistenti hanno causato accumuli di pioggia superiori a quelli registrati durante la storica alluvione del 1966. Più di 200 persone sono state evacuate ed oltre 1.000 cittadini sono rimasti isolati a causa di frane e allagamenti, soprattutto nel Mugello e nella Valdisieve”. Il 27 ottobre la Val Bormida è andata sott’acqua, a un anno esatto da un’altra pesante alluvione, a causa dell’esondazione del fiume Bormida che, in concomitanza con la pioggia incessante, ha fortemente devastato molti comuni del Savonese ligure con danni stimati, solo per la parte pubblica, in una cinquantina di milioni. L’evento più grave si è verificato in Friuli -Venezia Giulia il 17 novembre scorso a Cormons (in provincia di Gorizia) dove ci sono state 2 vittime e 300 sfollati a causa di una frana.
Il Rapporto segnala che il 2025 sarà stimato, al pari del 2023, come il secondo anno più caldo mai registrato dopo il 2024. È quindi probabile, secondo il set di dati analizzati (ERA5), che la temperatura media globale superi, per il periodo 2023-2025, l’1,5 gradi che rappresenta il limite fissato dagli accordi di Parigi come punto di non ritorno per preservare la salute del nostro pianeta; oltre questo limite saranno inevitabili gli eventi calamitosi, lo scioglimento dei ghiacci artici e dei ghiacciai, la perdita di biodiversità ecc.
Il Rapporto si conclude con un appello della massima importanza: la necessità di individuare strategie di adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Se ne riporta integralmente il testo.
“Nonostante le informazioni e i dati sempre più puntuali, ancora in molti casi nel nostro Paese si assiste alla realizzazione di azioni di adattamento sporadiche e non coordinate, che esulano da aspetti fondamentali come la multi settorialità e l’approccio multilivello, anche per mancanze importanti dal punto di vista della governance nazionale. Ciò avviene in un contesto in cui i danni subiti in Italia da ondate di calore, siccità e alluvioni nel 2025, secondo un recente studio dell’Università di Mannheim, ammontano a 11,9 miliardi di euro e in futuro, con una proiezione al 2029, saliranno a 34,2 miliardi di euro.
È quanto mai urgente dare attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti
Climatici, approvato a fine 2023. Il PNACC, infatti, sconta l’assenza del decreto per l’istituzione dell’”Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici”, composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali, per l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali e per il monitoraggio dell’efficacia delle azioni di adattamento, che doveva essere emanato entro il 21 marzo 2024, ossia a tre mesi dall’approvazione del PNACC stesso. Un altro punto mancante riguarda l’affiancamento dell’Osservatorio da parte del “Forum permanente per la promozione dell’informazione, della formazione e della capacità decisionale dei cittadini e dei portatori di interesse”, che funge da organo consultivo e che è cruciale per gli aspetti di concertazione, in particolare se si pensa alle tante azioni su cui la cittadinanza dovrebbe esprimersi. Un altro tassello cruciale riguarda l’individuazione delle linee di finanziamento per lo stanziamento delle risorse economiche (ad oggi assenti) per mettere in pratica il Piano.
Senza questi passaggi fondamentali il Piano rimarrà nella teoria e nelle buone intenzioni.



