VISION e la Tecnica in agricoltura

Vision, il documento presentato dal Commissario europeo all’agricoltura Christophe Hansen, inquadra le linee future della PAC che, nelle modalità di un documento programmatico più argomentato, a seguito di prevedibili prolungate consultazioni ed infine con i dovuti testi normativi, troverà una forma definitiva e guiderà la PAC dopo il 2027.
Il documento è stato predisposto e presentato prima della ‘era Trump‘ e quindi non tiene conto delle modificazioni di scenario indotte dalla politica dei dazi adottate dal presidente americano.
Non è poca cosa.
Si può innanzi tutto sottolineare il paradosso di una narrazione liberista, che risiede in tutti gli schieramenti, che ha sempre stigmatizzato la spesa agricola, l’intervento pubblico in agricoltura e la normativa dispositiva nell’agroalimentare mentre oggi si trova sorpresa di fronte ad un comportamento interventista e contro il libero mercato come mai si era visto arrendendosi si fatti in attesa di tempi migliori.
Apre tutto ciò uno spiraglio ad una seria discussione sulla spesa agricola ed il suo significato?
Se i dazi saranno confermati, lecito dubitarne considerato il drammatico atteggiamento ondivago del citato presidente, Vision manterrà ancora la sua validità e la sua coerenza fra obiettivi e strumenti?
Vision ha ridimensionato il carattere green della PAC ed ha cercato di definire il rapporto agricolo/spesa in modo meno vincolato. Lascia un po’ più la briglia sciolta alle imprese, auspica superiore semplificazione – ma questo è auspicio di tutti e da sempre – si impegna al mantenimento della quantità di spesa comune.
Meno ambiente, più impresa, sostegno a questa.
Non è chiaro oggi se il vincolo ambientale così ridimensionato consentirà l’accettazione da parte dei cittadini europei di una così ingente quantità di risorse investita in agricoltura a fronte anche delle necessità di aumento delle spese militari che possiamo dare per certo.
Vero è che i vincoli complessivi alla libertà di circolazione delle merci, tra dazi e guerre, pongono ormai un problema di quantità alla produzione agricola, ai consumatori, alle politiche. E la quantità a prezzi accessibili è imperativo categorico nella nostra società dei consumi.

La politica agricola fatica ad inquadrare i problemi, a dare ad essi un nome condiviso e soprattutto a offrire soluzioni soddisfacenti. Non a caso la discussione oggi è ferma sostanzialmente alla arida, pure se comprensibile, rivendicazione del mantenimento del budget e poco oltre.
A fronte di tutto ciò taluni processi evolutivi si muovono, in parte impermeabili alla modificazione delle politiche seguendo un percorso che, innestato da tempo, pare non arrestarsi: il mestiere dell’agricoltura sta cambiando comunque e velocemente e su questo tema non ci si sofferma mai abbastanza.
La questione della tecnica in agricoltura, motore non immobile del suo cambiamento, è stata vissuta storicamente quale strumento per l’aumento delle quantità. Con risultati strabilianti che hanno contribuito a connotare le  modalità della vita quotidiana della società dei consumi, base materiale del vivere moderno delle nostre società in cui l’offerta di cibo è superiore alla
domanda ed il fenomeno dello spreco rimane permanente e colpevole.
In successive stagioni si è affermato il tema ambientale e della generale sostenibilità dei processi produttivi. Inutile soffermarsi oltre misura: il Green Deal è stata una risposta di sistema, normativo e regolamentare, al problema.
Vision ne rappresenta lo sviluppo agricolo, taluno sostiene una regressione.
A fronte di tutto ciò la tecnica come si propone oggi all’agricoltura sia per sua propria evoluzione sia per corrispondere alla norma? La sua pervasività come la condiziona?
Come diventano i tempi e i modi del lavoro agricolo, l’esercizio dell’impresa, le decisioni di investimento economico, le relazioni fra settori? E infine e per conseguenza, come evolve in generale il mestiere dell’agricoltore? E non solo per la progressiva riduzione del numero degli
addetti, fenomeno da considerare non necessariamente tutto negativo (in realtà si sta modificando la nozione di ruralità e di un mondo che era consegnato al governo di comunità periferiche e di individuate categorie di persone – ma questo argomento andrebbe affrontato in modo specifico e dedicato ! ), ma proprio perché l’esercizio della professione agricola si è modificato nei tempi, nelle modalità, nelle competenze necessarie, nella formazione e nelle prospettive, nella professionalità richiesta e nel suo organizzarsi.
La direzione di marcia di questa evoluzione è la riduzione delle autonome possibilità decisionali nel mestiere agricolo e la sua trasformazione in un elaborato e sofisticato processo di elaborazione di dati.
Per lungo tempo il condizionamento nelle decisioni, anche di tipo tecnico, si è affermato nel mercato dei prodotti agricoli. Lo è ancor oggi.
Nel mercato l’agricoltura è sempre anello debole anche se con l’evoluzione dei consumi verso la naturalità un superiore riconoscimento economico è ritornato – si pensi al biologico per esempio – proprio valorizzando le modalità agricole di gestione produttiva. Ma la sua condizione di debolezza nella contrattazione con la Trasformazione e la Distribuzione acquirenti si è manifestata con la applicazione di prescrizioni e disciplinari, soprattutto per la qualità, che rappresentano ormai una diffusa precondizione per avere accesso al mercato: prodotti di filiera si dichiarano.
Parallelamente oggi l’esercizio agricolo sembra sia divenuto un problema di gestione di dati.
Quello che un tempo poteva essere attribuzione della sapienza agricola oggi è elaborazione di un dato raccolto attraverso la strumentazione tecnica.
La conduzione agricola diviene esercizio di elaborazione di informazioni raccolte ad hoc.
La tecnica non produce prodotti per l’agricoltura, ma sostituisce funzioni.
Ovviamente questo passaggio ad una sempre più vasta astensione dalle decisioni poiché delegate a procedure ed attrezzature è complesso e contraddittorio, ma indica una linea di tendenza che pare essere inevitabile.
In realtà questa invasione della tecnica – si potrebbe qui scomodare ben altro e denso pensiero a partire da Heidegger per arrivare a Severino – consente una conoscenza raffinata e certamente non intuitiva delle condizioni della produzione, induce interventi dedicati e puntuali riducendo quelli massivi e grossolani, per esempio di mezzi tecnici, con risparmio di costi e di occasioni
di inquinamento.
Sotto certi aspetti la tecnica recupera e rivaluta approcci del passato riducendo intensità di meccanizzazione e di interventi di mezzi tecnici ritornando a dare valore a quanto la natura offre: consociazioni colturali, interventi puntuali in tempi e quantità di mezzi impiegati, risparmi ed efficacia nell’alimentazione del bestiame, risparmio idrico, risparmi energetici e di impieghi. Quelle indicazioni sulle ‘ cose da fare ’ giungono progressivamente da processi di elaborazione dati che hanno, per forme, per modalità ed anche per tempi, una generazione lontana dai soggetti della agricoltura.
Tali processi di estraneazione agricola sulla generazione della ‘tecnica per la agricoltura’ sono ormai da tempo conclusi in talune attività, si pensi per esempio al mondo delle sementi e quindi delle biotecnologie oppure a quello dei fitosanitari, ma anche a quello della meccanizzazione, ora siamo alle soglie di una estraneazione dei processi decisionali di campo.

Gli agricoltori cambiano nel loro lavoro. Le decisioni sull’oggetto del loro mestiere si costituiscono nella osservanza di disciplinari produttivi/qualitativi richiesti dagli acquirenti ed oggetto di contratto. Le modalità applicative di quelle decisioni si trasferiscono alla misurazione di informazioni e alla loro elaborazione da cui trarre l’indicazione del quando irrigare, quando trattare,
quando seminare, quando alimentare gli animali, ecc …
L’agricoltore del futuro sarà un tecnico informatico-agronomo addetto ad un computer che gli indicherà le cose da fare? Se così sarà un agricoltore applicherà decisioni che una macchina gli indicherà? Con la I.A. questa funzione accessoria si moltiplicherà e fino a dove? Quale è il confine per il quale la Tecnica non è più strumento, ma si configura come soggetto?
E come tutto questo si riferirà alla formazione dei tecnici ed alla preparazione dei consulenti per la agricoltura?  E se l’agricoltore non è più il soggetto del lavoro agricolo come cambia la società rurale ed anche la società in generale? Poiché è dato che se un settore strategico quale quello agricolo si trasforma, anche nella sua funzione sociale, l’esito di quel cambiamento comporta obbligate ripercussioni sull’insieme della società.
Questa riflessione non può rimanere estranea alla discussione di Vision ed della PAC, che oggi pare ancorata alla esclusiva pure se doverosa, ma arida difesa del budget agricolo.
§Vision sotto questo aspetto appare documento tradizionale e povero di suggestioni.