Pioppicoltura e servizio tecnico

di Michael De Simone

L’esperienza diretta nella progettazione e gestione di impianti pioppicoli in Lombardia consente oggi di restituire un quadro pratico utile a comprendere non solo le potenzialità del settore, ma anche i limiti che si incontrano sul campo.
Nell’attuale programmazione (SRD05 e SRD10 – 2023–2027), le domande presentate nell’ambito della mia attività tecnica hanno permesso di intercettare oltre il 30% del plafond regionale disponibile. Un risultato che si inserisce in un percorso di lavoro già avviato nella programmazione precedente (PSR 2014–2020, misura 8.1.01), dove le domande seguite avevano ottenuto il finanziamento con esiti significativi.
Questo percorso, costruito sul campo, porta con sé un’esperienza concreta e continuativa che ha consentito di maturare un quadro dettagliato delle reali condizioni operative della pioppicoltura in Lombardia, mettendone in luce non solo le potenzialità, ma anche le criticità più diffuse e spesso sottovalutate.
Una delle principali criticità riguarda l’accesso alla terra in forma contrattuale. I pioppicoltori che operano in affitto si trovano spesso a dover fare i conti con la disciplina dell’articolo 45 della Legge 203/1982, che prevede la possibilità di stipulare contratti in deroga alla durata ordinaria solo con l’assistenza delle organizzazioni professionali agricole. Quando si supera il termine dei 9 anni, scatta inoltre l’obbligo — ai fini della trascrizione — dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata (art. 2643 c.c.). Questa combinazione normativa porta spesso i soggetti coinvolti a ricorrere a soluzioni “intermedie” come la stipula di due contratti consecutivi per coprire gli 8 anni minimi richiesti dal bando, evitando i costi notarili ma rendendo più fragile la posizione giuridica dell’affittuario.
Un altro nodo è rappresentato dalla diffidenza diffusa verso i cloni MSA. Sebbene questi materiali genetici offrano benefici documentati in termini di resilienza ambientale, non sono premiati dal mercato. L’industria del compensato non riconosce attualmente un vantaggio tangibile nella loro adozione, e i pioppicoltori vi ricorrono prevalentemente per rispettare le percentuali imposte dai bandi, non per scelta agronomica o commerciale. In alcuni casi, il deprezzamento del materiale in fase di vendita può arrivare anche fino al 20%, secondo quanto riportato da operatori del settore, anche se al momento non sono disponibili dati ufficiali pubblicati a conferma di questo divario.
Nel lavoro quotidiano emerge poi una certa discontinuità nella formazione tecnica degli operatori, che spesso applicano le stesse tecniche di gestione dell’I-214 anche ai nuovi cloni MSA, senza considerare le diverse risposte fisiologiche. Ciò comporta esiti agronomici subottimali e alimenta ulteriore scetticismo.
Un’ulteriore criticità riguarda l’assenza di premialità o riconoscimento economico per le aziende che adottano sistemi di certificazione forestale (PEFC, FSC): strumenti validi, oggi scarsamente incentivati, che restano a carico del singolo imprenditore.

Tutte queste problematiche sono ricorrenti, ma non esauriscono il quadro delle difficoltà operative. Esistono ulteriori aspetti altrettanto rilevanti che meriterebbero approfondimenti mirati:

  • la gestione delle aree soggette a vincolo ambientale, in particolare Natura 2000;
  • le distanze da confini, strade e canali, spesso regolate da norme comunali non omogenee;
  • le limitazioni legate alle servitù elettriche, che condizionano la piantabilità anche a valle di un progetto conforme;
  • la scarsità di prodotti fitosanitari realmente efficaci e autorizzati per il pioppo;
  • e infine, la mancanza di sostegno economico nella fase di coltivazione, dato che la redditività dell’impianto si manifesta solo oltre i 10 anni dalla messa a dimora.

In questo contesto, il ruolo del servizio tecnico è quello di tradurre le opportunità dei bandi in azioni concrete, supportando le aziende nella fase di progettazione, nella gestione amministrativa e nella cura degli impianti. Ma è evidente che l’intera filiera necessiti di un maggiore coordinamento tra mondo tecnico, normativo e industriale, affinché le potenzialità della pioppicoltura possano essere davvero colte.
Condividere queste osservazioni significa, per me, continuare a cercare soluzioni insieme a chi lavora davvero per una pioppicoltura migliore.