Frana di Niscemi: un caso emblematico

Ecco l’approfondimento sulla frana di Niscemi, che ha suscitato tanto scalpore sui media nazionali e anche internazionali quale esempio di dissesto e di incuria ambientale. Ringraziamo la professoressa Ferretto per la sua continua attenzione ai temi che interessano alla Casa dell’Agricoltura ed al contributo scientifico che continua a fornire attraverso la nostra newsletter. 

Recentemente, nel gennaio di quest’anno, l’attenzione di molti è stata richiamata dalla frana di Niscemi (provincia siciliana di Caltanissetta) le immagini della quale erano, e sono, veramente impressionanti: una voragine con un fronte di oltre 4 km che per una profondità di 15-25 metri inghiottiva case e cose, interrompeva le principali vie di transito dalla città verso il resto della regione e comportava lo sfollamento di oltre 1.500 abitanti, su 30.000 residenti. Date le caratteristiche della frana (frana a scorrimento) è prevedibile che i movimenti erosivi continuino e pertanto le autorità hanno delimitato una zona rossa di circa 150 metri dal dirupo proibendone l’accesso a chiunque. 

La domanda, angosciosa, degli abitanti in questa zona è se mai potranno rientrare nelle loro case, ammesso che non vengano inghiottite o demolite per sicurezza. Le autorità hanno annunciato di aver predisposto aiuti per la popolazione e le imprese e per la messa in sicurezza della frana.

Le cause della frana vanno ricondotte alle forti piogge che sono cadute nella zona nel gennaio scorso e al passaggio dell’uragano Harry. La stampa locale e quella nazionale hanno dedicato numerosi articoli alle caratteristiche della frana specificando che gli eventi di gennaio, per la loro eccezionalità, erano stati catastrofici ma che numerosi smottamenti si erano già verificati in passato, per esempio nel 1997 quando era stato necessario evacuare circa 400 persone. I dati storici, inoltre, mettono in rilievo che numerosi smottamenti si erano verificati anche nel passato e che la natura del suolo, sabbioso ed argilloso, favorisce l’insediamento delle acque comportando il rischio che l’intera collina, nel tempo, scivoli verso la Piana di Gela. Gli insediamenti abitativi, quindi, sono storicamente a rischio. 

La domanda che ci si può logicamente porre è: che cosa è stato fatto per mettere in sicurezza il territorio? La risposta è: pochissimo, solo qualche intervento tampone sicuramente non risolutivo. Eppure, il problema era noto, la necessità di intervento anche e i denari disponibili. Cronache recenti (Il Corriere della Sera del 16 aprile scorso, p.22) riportano che nel 2009 un’associazione temporanea di imprese era “riuscita ad aggiudicarsi la gara per la realizzazione delle opere necessarie a scongiurare una nuova tragica frana.” Il contratto è stato firmato in quell’anno e i fondi disponibili ammontavano a 12 milioni. “Nel 2010 il contratto è stato risolto per gravi inadempienze delle imprese ed è diventato carta straccia. Da allora tutto si è fermato”, tranne la frana.

Attualmente la Procura di Gela, dopo un’inerzia di 17 anni, ha avviato un’indagine per individuare i responsabili di tanta trascuratezza. Tutti i particolari in cronaca. Si è ritenuto utile riportare il caso della Frana di Niscemi perché, per le sue dimensioni e tragicità, estremizza una situazione diffusa in tutt’Italia. Il nostro Paese, con una percentuale di territorio montano e collinare pari al 75% del territorio nazionale, si presenta come particolarmente fragile dal punto di vista del dissesto idrogeologico e della esposizione agli effetti del cambiamento climatico, dato il suo posizionamento geografico al centro del Mediterraneo. 

Secondo l’ultimo Rapporto presentato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambiente) sul Dissesto idrogeologico in Italia (ovvero un quadro di riferimento su frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe verificatesi nel nostro Paese), “l’Italia è un Paese in cui le caratteristiche morfologiche, geologiche, idrologiche, meteo-climatiche e sismiche determinano una vulnerabilità strutturale del territorio ai fenomeni naturali, aggravata dai cambiamenti climatici e dalle pressioni antropiche, con un incremento delle superfici artificiali dal 2,7% negli anni ‘50 al 7,16% del 2023”. Questa definizione lascia intendere che l’attuale stato dell’ambiente del nostro Paese può essere peggiorato da eventi climatici particolarmente impattanti nel breve periodo (un anno) che tuttavia vanno a sommarsi, implementando il rischio, agli effetti dovuti ad eventi precedenti, spesso, lontani negli anni. Tra questi effetti l’incuria del territorio appare la più rilevante. Nel Rapporto si specifica che “Complessivamente il 94,5% dei comuni italiani (7.463) è a rischio per frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera. Sono 1,28 milioni gli abitanti a rischio frane nelle aree a pericolosità elevata e molto elevata (dati elaborazione 2024) e 6,8 milioni gli abitanti a rischio alluvioni nello scenario a pericolosità idraulica media con tempi di ritorno tra 100 e 200 anni (dati elaborazione 2020, Rapporti ISPRA 353/2021, 356/2021). Le regioni con i valori più elevati di popolazione a rischio per frane e alluvioni sono Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Liguria.” Il Rapporto, inoltre, evidenzia come all’origine di frane e alluvioni ci siano indubbiamente gli effetti dei cambiamenti climatici: le forti precipitazioni concentrate in tempi molto brevi causano l’aumento delle frane superficiali e delle colate rapide di fango e detriti ma alimentano anche vecchie frane rimaste silenti per anni, inoltre le flash flood (le piene rapide ed improvvise) hanno impatti devastanti anche su territori in passato meno a rischio di alluvione. Tuttavia, risulta molto importante verificare come e dove si è modificato l’uso del territorio da parte antropica. Un esempio è rappresentato dal fatto che una buona parte delle frane si verifica nei versanti dove erano presenti terrazzamenti agricoli, diffusi in molte aree montane e collinari italiane, a causa dell’abbandono e quindi della mancata manutenzione dei muretti a secco e dei sistemi di drenaggio delle acque. 

Un altro esempio è rappresentato dalla concentrazione abitativa e edilizia in aree ristrette senza interventi di adeguamento delle infrastrutture, in questo caso quanto accaduto nel novembre del 2022 nell’isola di Ischia può essere considerato emblematico. In sintesi, si può affermare che i fattori antropici assumono un ruolo sempre più determinante tra le cause che predispongono il dissesto idrogeologico; ciò avviene sia con azioni dirette, come tagli stradali, scavi, sovraccarichi dovuti a edifici o rilevati stradali e ferroviari, sia con azioni indirette come la mancata manutenzione del territorio e delle opere di difesa del suolo.