Il 18 dicembre scorso a Bruxelles l’agricoltura in piazza.
Una protesta di tutti gli agricoltori europei, senza distinzioni, per chiedere di mantenere una Pac riconoscibile e adeguatamente finanziata, no al Fondo Unico quindi; di esprimere soddisfazione per passi in avanti per l’utilizzo degli NGT, si allo sviluppo di tecniche che aiutino l’agricoltura; no alla firma del Mercosur, si al rinvio della firma perché occorre riconoscere di più e meglio le condizioni di reciprocità fra Sud America e U.E.
Una protesta molto riconosciuta dal mondo agricolo, ma poco conosciuta dal più vasto pubblico obbligato all’ attenzione verso una guerra alle nostre porte che non si ferma ed alla constatazione di un claudicante compromesso presentato come pace al di là del Mediterraneo.
Adesso, proprio mentre prendono corpo queste poche righe, con la sconcertante vicenda venezuelana.
Gli agricoltori sono un soggetto economico e sociale individuato e si fa sentire. Ed è importante che gli agricoltori pongano il tema dell’agricoltura quale interesse strategico dell’intera società, oggetto di necessario sostegno con una Pac adeguata, oggetto di tutela ad esempio con il consumo di suolo da fermare, oggetto di considerazione con una qualità da non svendere sui mercati internazionali.
Un’agricoltura che è in costante evoluzione e sotto diversi profili. E proprio mentre l’agricoltura pone se stessa al centro di richieste così importanti quali quelle di Bruxelles diventa contestualmente doveroso soffermarsi sui caratteri di questa evoluzione.
Non è possibile in questa sede una analisi di dettaglio e neppure di riassuntiva elencazione della potente innovazione tecnica che presiede alla modifica dei metodi di produzione e di organizzazione aziendale in agricoltura.
Quello che si rende necessario è invece riflettere con piena consapevolezza critica sulla tendenza di questa evoluzione, sui soggetti in campo interpretati anche in senso proprio e non solo figurato, sulle sedi delle decisioni di questa evoluzione, sugli usi ed i mutamenti del mestiere dell’agricoltore, sulle prospettive. Questa esigenza si pone non tanto per giustificare i prodotti della tecnica quale che fossimo di fronte ad una naturalità evolutiva né tantomeno per contrapporvisi in via di principio, ma anche semplicemente per rispondere
alla domanda sul ‘ dove stiamo andando’.
Il tema delle nuove tecnologie non è certo estraneo alla discussione corrente nella nostra società, basti pensare alla intensa, talvolta apprensiva, discussione sulla Intelligenza Artificiale, in particolare per la sua pervasività e per un prevedibile smottamento di professioni e di scomposizione e ricomposizione del mondo del lavoro, in particolare dei servizi. In agricoltura tutto ciò ancora sullo sfondo.
Il tema della tecnica nella società moderna sovrasta infine la discussione speculativa da tempo. Richiamare ancora una volta la riflessione di Heidegger e quella non meno impegnativa e profonda di Severino è d’obbligo.
In agricoltura l’argomento si pone quale specificità di una tema più generale (“… il potere non è più dell’uomo, ma della tecnica che detta al presunto detentore del potere (l’uomo) la sua utilizzazione, rendendo quest’ultimo mero esecutore delle possibilità tecniche …“ – Galimberti 2025), ma si pone anche quale questione in sé, quale necessità di consapevolezza critica di quello che avviene in agricoltura oggi.
Stiamo procedendo speditamente verso una agricoltura senza agricoltori? La domanda può essere percepita come eccessiva, ma ad un’analisi appena un po’ più attenta può giustificarsi.
Il mestiere agricolo sembra trasformarsi sempre più in una procedura che prevede raccolta di dati, loro elaborazione, conseguente applicazione di protocolli.
C’è bisogno di una classe sociale, di un soggetto economico nel mercato, di una comunità agricola che produce per dare attuazione a tutto questo?
Se si dovesse ipotizzare un proprietario di terreno agricolo che gestisce l’attività attraverso un competente contoterzista il quale a sua volta si avvale di acquisti di mezzi meccanici e di tecnologie informatiche e di rilevazione dati (droni, sensori, ecc), che acquista ed utilizza sementi pensate e prodotte anche a migliaia di km di distanza, utilizza fitosanitari e concimazioni altrettanto derivate da sperimentazioni estranee al territorio dove opera, percepisce un premio Pac che ripartisce di fatto con i propri fornitori, vende con contratti di filiera a disciplinare dove tutto è predisposto rispetto ad esigenze di qualità di mercato, si potrebbe dire che il citato proprietario non fa agricoltura? Ma in questo modo il proprietario che affida a terzi l’insieme delle problematiche di produzione e la loro soluzione, potrebbe persino non solo non vivere su terreno, ma anche al limite neppure conoscerne la dislocazione. Se ci soffermassimo poi su analoga problematica nel campo dell’allevamento troveremmo ancor più ed estese conferme. Si pensi all’allevamento avicolo per esempio.
Tutto ciò consente la tecnica.
La sommaria descrizione di cui sopra andrebbe riproposta con ben diverso impegno analitico soprattutto riguardo alla grande differenziazione di agricolture e prodotti, ma resta un approccio al tema difficilmente smentibile.
La Vertical Farming, per la quale si intravedono individuati successi e spazi di mercato, è un altro esempio di produzione agroalimentare dove gli agricoltori semplicemente non ci sono.
L’indirizzo agroecologico delle politiche comuni fin qui sostenute ed in generale la discussione sul tema della agroecologia offre l’occasione di una aggiuntiva e conclusiva riflessione di merito.
Fermo restando la necessità di un approfondimento sul tema dell’agroecologia, – soprattutto per superare una certa nebulosità descrittiva con la quale a volte si ha a che fare poiché a volte sembra che il termine diventi slogan nel quale rifugiarsi, piuttosto che consapevole dichiarazione di intenti e di pratiche -, ma comprendendone e valorizzandone le motivazioni,
potrebbe aiutare non tanto la sottolineatura della contraddizione ambientalistica fra agricoltura agroecologica e agricoltura tradizionale, la quale sembra essere il prevalente aspetto che divide i contrapposti sostenitori, quanto la contraddizione fra agricoltura e tecnica, laddove l’indirizzo agroecologico, su questo non ci possono essere obiezioni, conserva potenzialmente all’agricoltore una ben più ampio diritto di esercizio imprenditoriale conservando funzione, soggettività, spazio decisionale, opportunità.
Agroecologia, quindi, quale terreno di confronto fra poteri agricoli, reali e potenziali.



