
Prosegue il commento della prof.ssa Matilde Ferretto, peraltro socia fondatrice della Casa dell’Agricoltura, su alcuni importanti documenti che Enti diversi hanno pubblicato negli ultimi mesi a vario titolo e scopo.
In questo numero della newsletter oggetto della nostra attenzione è il Rapporto Ismea 2025. In questo modo Casa dell’Agricoltura prosegue nell’intento di divulgare, con un competente commento, documenti di lavoro e di approfondimento che con scadenza annuale accompagnano con dati ed elaborazioni l’analisi dell’evoluzione agricola italiana ed europea. Un rinnovato ringraziamento alla prof.ssa Ferretto per il contributo che sta fornendo per questa attività’.
Dal 1992, data del loro riconoscimento con i regolamenti CEE 2081/92 (DOP- Denominazione d’Origine Protetta e IGP- Indicazione Geografica Protetta) e CEE 2082/92 (STG- Specialità Tradizionali Garantite), le IG, cioè i prodotti di origine agricola ad Indicazione Geografica, hanno acquistato sempre più rilevanza nel settore agroalimentare europeo ed in particolare in quello italiano.
Si è trattato di un lungo cammino che, in un mercato inondato da prodotti anonimi e indifferenziati com’è quello dell’alimentare, era ed è finalizzato a valorizzare prodotti di eccellenza dotati di caratteristiche organolettiche uniche, espressione della tradizione agricola ed alimentare di specifici territori. L’ultima meta è rappresentata dal nuovo Regolamento europeo, Reg. UE 2024/1143, che riunendo i tre regolamenti sopra citati, si propone di potenziare il settore. Se ne parlerà più oltre.
Attualmente il valore delle IG italiane è di oltre 20 miliardi di euro, pari a quasi il 20% del fatturato dell’agroalimentare italiano, con una prevalenza per circa 11 miliardi di euro del comparto vitivinicolo. Nel settore IG operano 317 Consorzi di Tutela, che hanno la funzione di coordinare i produttori e di vigilare sul rispetto dei Disciplinari di produzione nonché di promuovere i prodotti italiani nel mondo, e sono attivi circa 195 mila operatori che generano lavoro per circa 847 mila occupati. Più della metà del valore prodotto,11,6 miliardi di euro, è dovuto alle esportazioni (4,7 miliardi di euro per il cibo, 6,9 miliardi di euro per il vitivinicolo). Il dato è molto rilevante e motiva le preoccupate reazioni, manifestatesi anche di recente contro le imposizioni USA, per ogni inasprimento sul fronte dei dazi.
Questi dati, e buona parte di quelli che verranno presentati successivamente, sono riportati nel XXII Rapporto ISMEA-QUALIVITA sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane DOP, IGP e STG presentato recentemente. I dati sono in gran parte relativi agli anni 2023 e 2024 ma aggiornamenti per i periodi successivi sono parzialmente recuperabili sui siti di ISMEA – l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo e Alimentare, ente pubblico economico formatosi nel 1999 sottoposto alla vigilanza del MSAF- Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste- e di Qualivita – Fondazione nata nel 2000 con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le produzioni agroalimentari e vitivinicole di qualità europee nonché di rappresentare la rete dei Consorzi di tutela nel mondo delle IG, in sintesi di occuparsi di quella che viene oramai denominata la IG Economy-.
I dati della IG Economy
Alla fine del 2024 nel mondo si contano complessivamente 3429 prodotti DOP, IGP e STG; di questi 236 sono prodotti in 19 Paesi extra-UE tra i quali il più importante è la Cina (con 103 prodotti), seguita dalla Gran Bretagna (con 81) e dalla Turchia (con 27); tutti gli altri Paesi presentano prodotti da 1 a 4, compresi gli USA che ne hanno solo 2. Il grande produttore di IG è quindi l’Unione Europea che con 3193 prodotti evidenzia quanto questo mercato sia importante per gli europei. I prodotti IG europei sono ripartiti in 1564 agroalimentari (667 DOP, 833 IGP, 64 STG) e 1629 vitivinicoli (1185 DOP, 444 IGP); va quindi sottolineata l’importanza per la UE del comparto vitivinicolo che è spesso oggetto di contenzioso, soprattutto per quanto riguarda i dazi all’esportazione. Nonostante l’iter per ottenere il riconoscimento IG sia piuttosto complesso, ogni anno vengono registrate nel mondo, ma soprattutto in UE, nuove denominazioni. Questo indica da un lato l’interesse per il mercato di questi prodotti che spuntano, prevalentemente, buoni prezzi, dall’altro il riconoscimento dell’importanza di produrre alimenti e vini riconducibili ai territori in sinergia, per esempio, con la promozione del turismo. Si registrano, però e per vari motivi, generalmente riconducibili al rispetto del disciplinare, anche delle recessioni.
L’Italia, con 856 prodotti IG (328 per l’agroalimentare e 528 per il settore vitivinicolo) è nel mondo il Paese con il maggior numero di filiere DOP (174 per l’agroalimentare e 409 per il vitivinicolo), IGP (150 per l’agroalimentare e 119 per il vitivinicolo) e STG (4), un primato che la antepone a Francia (717), Spagna (366), Grecia (266), Portogallo (195) e Germania (143).
A livello regionale la classifica per numero di prodotti IG dipende in prevalenza dall’importanza dell’agricoltura tradizionale e della filiera agroalimentare nella regione, in secondo luogo dalla dimensione territoriale, infine dalla capacità degli agricoltori di correlarsi con i Consorzi di tutela e con le istituzioni interessate (UE, MASAF, Regione ecc.). Così le regioni più vaste e ad agricoltura forte e integrata del Centro- Nord Italia risultano le più attive: tra le prime 5 la Toscana risulta essere la regione con più prodotti IG (90 in totale, 32 per l’agroalimentare e 58 per il vitivinicolo) seguita dal Veneto ( 89, 36, 53), dal Piemonte (84,24,60), dalla Lombardia (75, 34, 41) e dall’Emilia Romagna (74, 44, 30); tra le regioni del Sud e del Centro-Sud seguono la Sicilia (67 prodotti IG in totale), il Lazio (66), la Puglia (60) e la Campania (59). Al decimo posto si trova la Sardegna (42,9,33) che negli ultimi cinque anni si è dimostrata molto attiva nella promozione dei prodotti IG.
Va considerato, tuttavia, che il numero dei prodotti IG è significativo in relazione alla dinamicità ed alla intraprendenza dei produttori e degli operatori, per esempio è interessante evidenziare che circa un terzo degli agriturismi è coinvolto nella produzione di almeno un prodotto DOP o IGP, ma scarsamente indicativo dell’importanza economica di queste produzioni a livello regionale e nazionale. L’analisi del valore dei prodotti IG a livello nazionale evidenzia la preponderanza del Nord-Est (Triveneto ed Emilia-Romagna) con quasi 11 miliardi di euro, seguito dal Nord-Ovest (che comprende la Lombardia) con circa 4 miliardi, quindi dal Sud e dalle Isole con circa 3 miliardi di euro ed infine dal Centro con circa 2 miliardi di euro. Le quattro regioni del Nord-Est mostrano risultati piuttosto stabili e rappresentano complessivamente il 54% del fatturato italiano delle IG.
L’Emilia-Romagna, che è comunque al secondo posto per fatturato, presenta un arretramento ben compensato dalle regioni del Triveneto che presentano dati in crescita; il Veneto, in particolare, con 4,9 miliardi di euro, quasi un quarto del fatturato italiano dell’IG economy, si conferma la regione leader. Nel complesso le regioni del Nord-Ovest presentano una lieve crescita del fatturato: Lombardia e Valle d’Aosta, in crescita, compensano la decrescita di Piemonte e Liguria.
La Lombardia, che con 2,6 miliardi di euro si pone al terzo posto per fatturato delle regioni,
presenta negli ultimi anni un trend in crescita. L’area Sud e Isole, sempre in crescita negli ultimi cinque anni, registra il risultato migliore rispetto al 2022 sia in termini assoluti (+120 milioni di euro) sia in termini relativi (+ 4% su base annua). A trainare è soprattutto la Sardegna (+19%) che, con 682 milioni si posiziona al nono posto superando la Puglia che arretra rispetto all’anno precedente (-7,5%). Al contrario il Centro mostra i risultati peggiori con un arretramento di tutte le regioni, della Toscana in particolare (-5,5%), ad eccezione del Lazio unica regione in crescita (+8,8%).
I dati relativi ai fatturati regionali riportano l’attenzione alle produzioni IG, si può infatti ipotizzare che le oscillazioni siano correlate all’andamento dei mercati e dei prezzi dei prodotti e alle avversità atmosferiche piuttosto che a variazioni nella partecipazione degli operatori.
In termini di fatturato di prodotti IG in Italia nel comparto cibo il 60% è assicurato dai formaggi, seguono i prodotti a base di carne (circa il 25%) quindi, molto distanziati, l’ortofrutta (4,1%), gli aceti balsamici (3,9% con tre soli prodotti situati esclusivamente in Emilia-Romagna), le paste alimentari (3,0%), l’olio d’oliva (1,3%), la panetteria e pasticceria e le carni fresche (1,2% ciascuna) e le altre categorie (0,2%). I prodotti IG più esportati in rapporto alla produzione sono, nell’ordine, gli aceti balsamici, le paste alimentari, l’olio d’oliva e i formaggi. Il valore delle esportazioni è dato per il 58,8% dai formaggi, per il 17,5% dagli aceti balsamici (per i quali le esportazioni rappresentano il 92% della produzione), dai prodotti a base di carne per il 13,1%, dalle paste alimentari per il 4,5%, dall’ortofrutta per il 3,3% e quindi dall’olio d’oliva per il 3,3%. La categoria dei formaggi conta 57 denominazioni, 43 Consorzi di tutela, circa 25 mila operatori della filiera e 95 mila occupati. Come già detto, è la categoria più importante sia in termini di produzione certificata sia in termini di valore della produzione e delle esportazioni (valori intorno al 60%).
Il prodotto più importante è il grana padano DOP (34% del valore della produzione del comparto) seguito dal parmigiano reggiano DOP (29%); anche nelle esportazioni i due grana risultano ai primi posti (rispettivamente rappresentano il 41,3% e il 30% del valore delle esportazioni del comparto).
Rilevanti, sia pure molto distanziati, sono anche i valori di Mozzarella di bufala campana DOP, Gorgonzola DOP e Pecorino romano DOP (che sta conquistando quote di mercato in Italia).
Rimane perciò intuitivo considerare che le regioni più importanti nel comparto dei formaggi DOP siano, nell’ordine, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, quasi alla pari, e la Campania con un fatturato di circa un terzo rispetto alle prime due. La categoria dei prodotti a base di carne conta 43 denominazioni, 22 Consorzi di tutela, oltre 3mila operatori della filiera e circa 61 mila occupati. Il suo peso è di circa il 25% sul valore della produzione e del 13% sul valore delle esportazioni. Il prodotto più importante è il prosciutto di Parma DOP che contribuisce al valore della produzione del comparto per il 42% seguito dal prosciutto San Daniele DOP (17%), dalla Mortadella di Bologna IGP (15%), dalla Bresaola della Valtellina IGP (10%) e quindi dallo Speck dell’Alto Adige IGP (5%). Per le esportazioni il Prosciutto di Parma DOP e la Mortadella di Bologna IGP risultano i soli prodotti di rilievo (rispettivamente il 47% e il 24% del valore delle esportazioni dei prodotti a base di carne).
L’Emilia-Romagna è indiscutibilmente la regione più importante.
Per gli altri prodotti si rimanda al Rapporto concludendo questa parte con il comparto del vino che, come si è visto, rappresenta oltre la metà del valore delle produzioni IG e circa il 60% del valore delle esportazioni. Nel comparto del vino sono presenti 528 prodotti, 135 Consorzi di tutela, circa 107 mila operatori e 333 mila occupati. Di questi ultimi, analogamente a quanto avviene nei comparti dell’ortofrutta e dell’olio d’oliva, più dell’80% sono occupati nell’attività di produzione, evidenziando l’importanza delle tutele del lavoro nel settore primario (nel comparto del cibo gli occupati appaiono distribuiti al 50% tra attività di produzione e di trasformazione). Il comparto vitivinicolo mostra, da tempo, numerose problematiche legate prevalentemente alla tendenziale diminuzione dei prezzi. Secondo il Rapporto, questa situazione ha investito anche il segmento dei vini IG (che rappresentano oltre la metà del volume di vini prodotti in Italia e ben di più del valore);
la tendenza è stata quella di diminuire sia le certificazioni sia gli imbottigliamenti soprattutto per i vini DOP che rappresentano l’82% dei vini IG imbottigliati. Tra le regioni produttrici il Veneto, tendenzialmente in ascesa per l’espansione delle varietà adatte alla produzione di Prosecco, detiene quasi il 40% del valore della produzione del comparto dei vini IG, seguita dal Piemonte (11%) che vede nel Moscato di Asti e nel Barolo i suoi prodotti di punta, dalla Toscana (10%) con i Chianti DOP e il Brunello di Montalcino DOP, dal Friuli e dal Trentino-Alto Adige (rispettivamente 7% e 6%) e quindi dalla Puglia (5%) che ha fortemente diminuito la produzione specie di vino sfuso. La Lombardia si posiziona al settimo posto con il 4,5%. Le esportazioni sono indirizzate prevalentemente verso Paesi extra-UE (61%) evidenziando la grande importanza del mercato USA (24%) e giustificando, particolarmente nel momento attuale, la preoccupazione degli operatori. Il secondo importatore extra-UE è il Regno Unito (12%) forte importatore di Prosecco. Tra i Paesi UE la Germania appare, con il 14%, l’importatore principale dei vini IG italiani, seguito a rilevante distanza dalla Francia (4%).
Le introduzioni al Rapporto
Molti stimoli alla discussione e ad approfondimenti possono sorgere considerando i contenuti delle introduzioni al Rapporto del Direttore Generale ISMEA, Sergio Marchi, e del Direttore Generale di QUALIVITA, Mauro Rosati. Entrambi mettono in rilievo l’importanza del nuovo regolamento UE 2024/1143, entrato in vigore nel maggio del 2024, che riunisce in un unico atto normativo le disposizioni relative alle produzioni IG per prodotti di origine agricola, vini e bevande spiritose prima suddivise in tre distinte basi. Il punto centrale del Regolamento sembra essere quello della sostenibilità concreta dei processi produttivi. A tale fine l’azione dei Consorzi di tutela, in un’ottica di promozione territoriale, è di primaria importanza. Il loro impegno, sostiene il Direttore Rosati, è quello di indirizzare le aziende della filiera verso obiettivi condivisi che migliorino l’impatto ambientale, economico e sociale delle produzioni IG. Le imprese, a loro volta, devono rispondere con maggiore attenzione e partecipazione alle iniziative collettive per la sostenibilità dando priorità alla riduzione delle emissioni di gas serra, gestendo sostenibilmente le risorse idriche e del suolo in adattamento ai cambiamenti climatici, adottando sistemi di comunicazione trasparente per i consumatori. Secondo il Direttore Marchi, tutto ciò può essere realizzato tenendo conto e, di conseguenza adattandosi virtuosamente, della transazione digitale in atto.
Secondo un rapporto Eurispes, citato, i progetti digitali che riguardano le IG sono sempre più numerosi e sono incentrati su Blockchain, AI e Big Data. In questi progetti sono attivi sia i Consorzi di tutela sia le aziende. In relazione allo sviluppo territoriale, i direttori sottolineano l’importanza di collegare le produzioni IG, le vitivinicole in particolare, all’enogastronomia e al turismo.
Molti segnali consentono di guardare con ottimismo al futuro del settore anche considerando che sono attivi significativi canali di sostegno al percorso evolutivo delle filiere IG per tutelarne la competitività. Tra queste, come sottolinea il Direttore Marchi, è importante segnalare come il Piano Strategico della PAC (PSP) 2023-2027 italiano, nel raccogliere la sfida della sostenibilità dei sistemi agroalimentari europei, riservi alle IG un ruolo rilevante: la partecipazione e l’adesione ai regimi di qualità, la promozione e il miglioramento dei sistemi di tracciabilità sono sostenuti, oltre che da numerosi interventi settoriali, anche attraverso due specifici interventi di sviluppo rurale (SRG03 -Partecipazione ai regimi di qualità e SRG10- Promozione dei prodotti di qualità) per i quali, nel quinquennio di programmazione è prevista una spesa pubblica complessiva di oltre 120 milioni di euro. A ciò vanno aggiunte le risorse che il MASAF, nel 2023 e 2024, ha messo a disposizione per sostenere azioni di commercializzazione, di informazione e divulgazione, di sviluppo dei prodotti DOP e IGP nonché di rafforzamento della rappresentatività dei Consorzi di tutela.



