
La Commissione ha autorizzato una spesa per aiuti di Stato di 285 mln di euro per l’agricoltura italiana. La spesa è motivata dall’aumento dei prezzi di carburanti e fertilizzanti dovuti alla situazione di guerra, in corso in tutto il mondo e in particolare in Europa. Inutile soffermarsi su questa sciagurata condizione del nostro vivere. Occorre averne consapevolezza e operare in tutti i modi possibili affinché quanto viviamo, con angoscia e inquietudine, venga superato nella ragionevolezza, attraverso la trattativa, nel rispetto della vita umana e con il senso della giustizia.
Il regime di aiuto sarà operativo fino al 31 dicembre di questo anno.
Il carattere di urgenza che presiede sempre alla concessione degli aiuti di Stato è circoscritto nei tempi e non potrebbe essere altrimenti.
L’urgenza esiste, ed esiste la motivazione delle difficoltà in corso.
È necessario esprimere solidarietà e riconoscimento all’agricoltura che vive una situazione veramente difficile, con differenze al suo interno, talvolta marcate.
Solidarietà che è ancora più motivata dall’aggressione climatica di caldo estremo che tutta l’Europa ha vissuto questa estate.
Una anomalia che rischia di divenire normalità.
Così alcuni meteorologi, quelli più pessimisti, informano. Vedremo.
Come pure, a fronte di questa condizione, puntualmente sono giunti eventi temporaleschi acuti e gravi in molte parti.
Quanto avvenuto al duomo di Cremona, in una provincia tra le più agricole della Lombardia e del paese, è stato motivo di sconcerto e profondo rammarico.
Non c’è alcun dubbio tuttavia che l’estate che si sta concludendo rappresenti un timbro indelebile in ordine alla consapevolezza del cambiamento climatico.
Quando mai la vendemmia si è conclusa entro settembre, come è accaduto in molte parti di Italia?
All’agricoltura quindi piena solidarietà e ogni sforzo per sostenere le urgenze in corso.
Ma non possiamo fermarci a questo.
Non possiamo procedere da un allarme all’altro in attesa di tempi migliori.
Occorre affrontare in modo strategico – l’aggettivazione ha perso nel tempo un po’ della sua forza ne siamo consapevoli, ma è difficile trovarne una equivalente – la questione del cambiamento climatico sotto almeno tre profili: da un lato si tratta di ridurre le emissioni al livello globale e condividerne obiettivi tempi e strumenti.
Va da sé che il tema obbliga alla messa in discussione di modelli di produzione e di convivenza civile che si propone con una dimensione enorme, anche se inevitabile.
Per questo certamente l’agricoltura non può supplire ad altri, istituzioni e grandi aggregati economici, ma deve essere interlocutrice.
In secondo luogo occorre che per parte sua l’agricoltura contribuisca con decisione, senza indugio e senza timori, alla messa in discussione del proprio profilo tecnologico, organizzativo e produttivo al fine di contribuire con risposte condivise di sistema, alla soluzione del problema generale.
In questa newsletter abbiamo più volte indicato, ma anche con la concreta attività della Casa dell’Agricoltura, con modestia e senza presunzioni – per esempio con il Decalogo sul risparmio dell’acqua agricola e con il Manifesto per l’agricoltura sostenibile – che è possibile fare e che non sono pochi i risultati raggiunti, già oggi.
In questo impegno l’agricoltura può proporsi quale soggetto sociale che si assume responsabilità, avanza proposte, contrasta la sottovalutazione alla quale da sempre è sottoposta.
Infine occorre che si affrontino subito, quali parti di un disegno più generale, questioni specifiche.
Un esempio sopra tutti: l’acqua e la sua conservazione in montagna. Ormai è assodato che il manto nevoso non si conserva più anche a fronte di nevicate abbondanti e che quindi l’acqua si disperde. Come affrontare il tema in una Regione che vanta storiche esperienze al riguardo, ma che adesso soffre una competizione tra usi diversi, per esempio fra uso idroelettrico ed irriguo?
A lato di questo occorre infine che anche lo stesso uso irriguo possa essere migliorato in modo innovativo (l’Università di Milano è depositaria di esperienze significative) al fine dell’ottimizzazione dell’uso dell’acqua. Anche la ricerca agronomica si interroghi a fronte di un profilo produttivo, mais in testa, che presenta una richiesta di acqua importante e decisiva e che forse potrebbe essere ridimensionata senza attenuare i significativi trend produttivi necessari alla zootecnia regionale. Una zootecnia che, per qualità e professionalità, si propone all’attenzione con indiscutibile responsabilità nazionale e come tale va considerata.



